Qualche giorno fa, capitata per delle vacanze dalle parti di Milano, ho visitato con enorme interesse la mostra intitolata “Manet e la Parigi moderna” a Palazzo Reale. Sono sempre stata una grande ammiratrice di Manet, con cui penso di condividere la delusione d´amore per la Spagna ed il gusto per la ricerca del vero ma non troppo. Una spinta che chissá perché la Storia dell´Arte ha sbeffeggiato sbattendolo tra gli Impressionisti tout court. Avranno avuto le loro ragioni, forse di sintesi, ma non é di questo che voglio parlare.

Dicevo, ho sempre ammirato Manet. E siccome non sono una sofisticata studiosa d´arte, ahimè, ne conosco soltanto le opere più famose, e da subito ho amato la più famosa di tutte: Olympia, il famoso nudo femminile che ritrae una donna mollemente adagiata su un letto bianco, affiancata da un´altra figura femminile che le porge un mazzo di fiori. Certamente ispirato dalla Venere di Urbino di Tiziano, di cui ho già parlato qui. Un nudo di donna insomma, niente che i nostri navigati occhi del XXI secolo non abbiano già visto e rivisto su libri d´arte, cartelloni autostradali e film in seconda serata. E probabilmente niente che gli spettatori del Salon del 1865 non avessero già apprezzato, nelle opere Édouard_Manet_-_Le_Déjeuner_sur_l'herbeclassiche ed in contesti più privati. Ma questo non impedì che a quell´epoca l´Olympia scatenasse un vero e proprio putiferio: proteste, critiche asprissime, poliziotti messi a guardia del dipinto per sventare attacchi di rabbia, invito a Manet di non osare presentarsi mai più al Salon con le sue porcherie. Le ragioni? “E´una prostituta” (come se 3/4 delle modelle ritratte nelle più famose opere d´arte realizzate fino a metà del ´900 fossero di professione diversa), “arte di infimo livello” (una critica visionaria, visto che Manet sarà considerato tra i più importanti innovatori dell´arte pittorica del tempo), “sfacciata” (perché ricordiamoci, della nudità se ne può parlare, ma se non ci si vergogna non va bene).

Non sono qui ad argomentare il perché Manet decise di privare la sua venere di tutte le maschere mitologiche, cristiane o letterarie che da sempre si sono usate in arte per poter mostrare il corpo e le sue curve senza veli. Aveva già dato fastidio al pubblico con il suo “Colazione sull´erba” nel 1863, e forse gli era piaciuto. Ma passeggiando per le sale della mostra a Palazzo Reale, non potevo fare a meno di pensare come, a distanza di più di 150 anni, posti blasonati come il Palazzo Reale e il Musée d´Orsay espongano con orgoglio dipinti come l´Olympia, al tempo giudicato “così di basso livello da non non meritare neppure il disprezzo”. E che oggi aiutano i musei ad avere pubblico e potersi vantare, come il Musée d´Orsay nella sua pagina ufficiale, di aver ricevuto dal 1994 più di 86 milioni di visitatori. BelenAllora mi chiedo: e se tra 150 anni ci ritroviamo esposti nei musei pezzi d´arte come la tanto criticata foto di Bélen su Instagram che scrive un patriotticissimo “Che bella Italia” mentre mostra le sue nudità affacciata alla finestra? Non lo vedrò io, e penso neanche voi, intendiamoci, ma i nostri nipoti potrebbero essere i fortunati testimoni di una esposizione dal titolo “Belén e la Bella Italia del XXI Secolo”. Belén come una moderna Olympia di Manet, insomma, altrettanto nuda ma decisamente più social.

Così magari questa Pasqua siamo stati i testimoni, su Instagram, di una rivoluzione contro i convenzionalismi accademici e non ce ne siamo minimamente accorti, distratti come eravamo a guardarci opere rivoluzionarie vecchie di un secolo e mezzo.

 

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